Trascrizione dei discorsi rivolti da Paolo VI ai partecipanti agli Incontri UNIV
2 aprile 1969, Basilica di San Pietro
Diletti Figli e Figlie!
Nella Settimana Santa voi trovate la Chiesa non in festa, ma tutta assorta
in una grave e dolorosa meditazione, quella della Passione di Cristo,
delle sue ineffabili sofferenze, della sua Croce, della sua morte. Figli
carissimi, capiteci (cfr. 2 Cor. 7, 2). La Chiesa, in questa misteriosa
liturgia, è presa da immensa pena. Ricorda, ripete nei suoi riti, rivive
nei suoi sentimenti la Passione di Cristo. Essa stessa ne prende coscienza,
ne soffre, ne piange. Non disturbate il suo lutto, non distraete il
suo pensiero, non irridete al suo rimorso, non crediate follia la sua
angoscia. Anche voi circondate del vostro silenzio il grido del suo
dolore; compiangetela; onoratela della partecipazione al suo altissimo
e spirituale cordoglio.
È stato giustamente notato come dal Concilio si è diffusa nella Chiesa
e nel mondo un'onda di serenità e di ottimismo; un cristianesimo confortante
e positivo, potremmo dire; un cristianesimo amico della vita, degli
uomini, degli stessi valori terrestri, della nostra società, della nostra
storia. Potremmo quasi vedere nel Concilio un'intenzione di rendere
accettabile ed amabile il cristianesimo, un cristianesimo indulgente
ed aperto, spoglio d'ogni rigorismo medievale e di ogni interpretazione
pessimistica sugli uomini, sui loro costumi, sulle loro mutazioni e
sulle loro esigenze. Questo è vero. Ma facciamo attenzione. Il Concilio
non ha dimenticato che la Croce sta al centro del cristianesimo. Anch'esso
ha avuto una rigorosa fedeltà alla parola di San Paolo: «che non sia
resa vana la Croce di Cristo» (1 Cor. 1, 17).
La Passione del Signore si riverbera nella Chiesa... In certo modo si
rinnova, si riproduce, si ripete; e non tanto in ogni singolo seguace
di Cristo (cfr. Col. 1, 24), ma nella Chiesa intera, considerata quale
comunità, quale complesso delle membra di Cristo, quale vita da Lui
prolungata nella storia; e perciò si perpetua, e dura ancora. E in questa
ricorrenza pasquale la Chiesa, più che in ogni altro momento, prende
coscienza dei propri dolori, li assapora, li patisce, li accetta umilmente,
e cerca di santificarli, di estrarne il documento della sua identità
a Cristo Signore e Maestro, di fondere le proprie pene con quelle del
Crocifisso, e di convertire le proprie umiliazioni e le proprie sconfitte
in meriti di penitenza, di purificazione, di redenzione. Di maggiore
virtù, di maggiore coraggio, di maggiore speranza.
È così? Soffre oggi la Chiesa? Figli, Figli carissimi! Sì, oggi la Chiesa
è alla prova di grandi sofferenze! Ma come? Dopo il Concilio? Sì, dopo
il Concilio! Il Signore ci sperimenta. Soffre la Chiesa della opprimente
mancanza di legittima libertà in tanti Paesi del mondo. Soffre per l'abbandono
di tanti cattolici della fedeltà. Soffre soprattutto per l'insorgenza
inquieta, critica, indocile e demolitrice di tanti suoi figli, i prediletti
— sacerdoti, maestri, laici, dedicati al servizio e alla testimonianza
di Cristo vivente nella Chiesa viva —, contro la sua intima e indispensabile
comunione, contro la sua istituzionale esistenza, contro la sua norma
canonica, la sua tradizione, la sua interiore coesione; contro la sua
autorità, insostituibile principio di verità, di unità, di carità; contro
le sue stesse esigenze di santità e di sacrificio; soffre per la defezione
e per lo scandalo di certi ecclesiastici e religiosi, che crocifiggono
oggi la Chiesa.
Carissimi Figli, non rifiutateci la vostra solidarietà spirituale e
la vostra preghiera. Non lasciatevi prendere dalla paura, dallo scoraggiamento,
dallo scetticismo, né tanto meno dal mimetismo, che oggi, mediante la
suggestione dei mezzi d'informazione sociale, fa strage fra tanti spiriti
deboli e impressionabili, e alcune volte anche fra spiriti forti e giovani.
Ma soffrite ed amate con la Chiesa. Con la Chiesa operate e sperate.
Almeno con una breve parola, Noi vorremmo addesso esprimere i Nostri
paterni sentimenti al numeroso gruppo di studenti che partecipano al
secondo Incontro Universitario Europeo. Siete venuti a Roma in tanti
questa Settimana Santa, per pregare sulle tombe dei Santi Apostoli.
Di tutto cuore Noi vi porgiamo il benvenuto, lieti di accogliervi in
questa Basilica di San Pietro.
È una visione veramente cattolica, quella che voi ci offrite questa
mattina. E Noi ci rallegriamo molto, particolarmente nel vedere fraternamente
uniti più di un migliaio di giovani universitari di Austria, Belgio,
Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Italia, Olanda, Portogallo,
Spagna e Svizzera, impegnati in una stessa ricerca sul futuro dell'Università
nella dinamica verso l'unione europea.
A voi tutti ribadiamo la Nostra fiducia nelle nuove generazioni, la
Nostra speranza che attraverso le ricerche attuali si possano individuare
nuove forme di partecipazione alle comuni responsabilità. Siate fedeli,
cari figli, a questo vostro bell'ideale, e continuate ad adoperarvi
per trovare i mezzi adatti per viverlo insieme, al di là delle diverse
Nazioni alle quali appartenete. Superando le controversie del passato,
occorre costruire un futuro di pace e un avvenire fraterno in un clima
di rispetto mutuo e di vera carità.
Che l'amore di Cristo ispiri i vostri lavori, che il suo messaggio sia
luce e forza per voi. In queste giornate ricche di grazie, che voi avete
la gioia di vivere a Roma, di tutto cuore Noi auspichiamo i migliori
auguri per il vostro avvenire umano e cristiano nell'Europa di domani,
con la Nostra paterna Benedizione Apostolica.
Insegnamenti di Paolo VI, vol. VII, 902-907 (il testo in corsivo è traduzione
dell'originale in lingua francese)
Le parole che il Papa rivolge all'UNIV sono sempre il punto culminate dell'incontro di ogni anno.
Giovanni Paolo II ci sorprende sempre: ci sa sfidare, incoraggiando ciascuno a fare della propria vita qualcosa de grande.

